L’assurda storia della Gialappa’s Band è uno di quei film che appena li vedi lì etichetti come tra i più deludenti che la cinematografia abbia mai prodotto. La regia di Walter Veltroni e l’enorme traino che prosegue da diverse settimane non bastano a fare di questa pellicola qualcosa di vagamente interessante. I motivi sono presto spiegati.

Veltroni ha puntato a realizzare un documentario su un successo principalmente televisivo, rispolverando spezzoni arcinoti ai fan dei Gialappi (e quindi inediti solo per chi non ha mai visto e ricercato sul web video dei vecchi Mai dire, ossia per quella gente che se non se li è mai visti gratis in tv non spenderebbe un centesimo per vederli al cinema). Il cuore pulsante del documentario sono le interviste ai famosissimi protagonisti che hanno lavorato con il trio (diventato duo da qualche anno): anche in questo caso i racconti che non siano già stati fatti sono pochissimi. D’altronde solo pochi anni fa è uscito il libro autobiografico del gruppo, in occasione dell’anniversario di Mai dire gol: ormai anche i retroscena più interessanti sono belli che spoilerati. Ci si augurava di vedere quei dietro le quinte magari , invece bisogna accontentarsi di Aldo, Giovanni e Giacomo che raccontano come furono scelti, di Antonio Albanese che spiega il successo di Frengo, di Simona Ventura che narra quale sia la forza della Gialappa’s, di Teo Teocoli che non manca l’occasione di auto celebrare se stesso mentre si complimenta con i colleghi. Fino ad arrivare a Forest, quindi i vari Capotonda, Pantani e i comici delle recenti edizioni in onda su Tv8.

Di originale non c’è nulla, nemmeno la presenza di Santin & co sul video, dal momento che ormai negli ultimi dieci anni hanno largamente sfatato anche il tabù che li ha resi vincenti per anni, facendosi conoscere solo attraverso le loro voci. Il gruppo ha rivisitato il proprio modo di fare spettacolo, scegliendo da tempo di mostrarsi e forse di togliere un po’ di magia. Quella che aveva intravisto Berlusconi a fine anni ‘80, dando largo spazio al trio: peccato che della lungimiranza del Cavaliere non si faccia mai menzione in tal senso. Mai un ringraziamento per averli lanciati. Anzi, il regista tiene a sottolineare un aspetto conservativo della Mediaset anni ‘90, che a suo dire sarebbe stato scalfito proprio da quei tre ragazzacci. Ma come? Ora la tv del sempre vituperato Drive In viene dipinta persino come conservativa? Il paradosso è servito.

Veltroni senza troppa fatica realizza dunque un grande blob adatto alle piattaforme ma non al cinema. Trent’anni dopo il geniale Tutti gli uomini del deficiente, la Gialappa’a non si conferma affatto all’altezza del debutto cinematografico, mostrando i segni di debolezza di un format che per ora sul piccolo schermo funziona ancora ma che evidentemente aveva bisogno di una ventata di autostima. Coi tempi che corrono non si sa mai, meglio rimarcare di avere fatto un pezzetto di storia dello spettacolo, prima che qualcuno se lo dimentichi. Fatto in questo modo, però, il film dà la sensazione di avere sopravvalutato il fenomeno Gialappa’s, che ne esce stanco e indebolito. Peccato.

Massimiliano Beneggi