Zelig piace perché è vintage, ma non nei contenuti

Zelig, tanti anni dopo, funziona ancora. Certo, non fa più gli ascolti di un tempo, quando teneva incollati 9 milioni di spettatori; ma anche ora, che 6 milioni di fan si sono dileguati su altri canali e soprattutto sulle infinite piattaforme, la trasmissione condotta da Claudio Bisio e Vanessa Incontrada riscuote popolarità. Tanto da convincere Mediaset a prolungare di una puntata rispetto alle previsioni. Zelig, battuto solo di pochi punti di share dalla bella fiction di Raiuno Un professore, andrà avanti fino al 9 dicembre. Non male, in un’epoca che vede sempre prodotti televisivi morire prima del previsto a causa dei bassi ascolti.

I motivi del successo sono tanti: a cominciare dall’accoppiata Bisio-Incontrada che è sempre risultata, anche nelle edizioni precedenti, la più spontanea e simpatica. Naturalmente contribuisce moltissimo, al gradimento del pubblico, la presenza dei più grandi artisti della storia di Zelig, da Anna Maria Barbera al Mago Forest fino ad Ale e Franz, Gene Gnocchi, Gioele Dix, Teo Teocoli. Ma non c’è solo l’usato sicuro. Resiste infatti negli anni l’originalità degli inossidabili Gino e Michele, capaci di scovare sempre i migliori nuovi comici sulla piazza.

Non erano, in realtà, passati nemmeno troppi anni dall’ultima edizione del programma. Era il 2016: anche in quel caso, poche puntate evento e tanti storici cabarettisti. Eppure, sembra esserci qualcosa di vintage in Zelig, che ce lo fa piacere ancora di più di un tempo. La colpa (o il merito) è tutta dei social, che ci hanno abituati male. Siamo infatti tempestati tutti i giorni, su Instagram e “compagni”, da brevi post che dovrebbero racchiudere in pochi secondi un movimento divertente. Video dove ciascuno è autore di se stesso, perché ormai farsi scrivere i testi da qualcuno che lo fa di mestiere sembra offensivo. Li postano comici professionisti (e così ci fa ridere per esempio Lillo che vestito da supereroe ripropone ciò che è già stato apprezzato a Lol) ma anche improvvisati umoristi (e quindi diventa “divertente” persino un ragazzo che fa un semplice gesto di disapprovazione con le mani). Insomma, il dono della sintesi ha preso il sopravvento, non sempre creando necessariamente risate. Ecco perché un monologo di 3/4 minuti diventa oggi più difficile da reggere. Ecco perché appassionarvici significa vivere qualcosa a cui non siamo più abituati: Zelig diventa qualcosa di piacevolmente retró senza per questo essere sorpassato e sappiamo che ormai il revival è un format che piace sempre. In effetti è un po’ il destino dell’intera comicità, quello di trasformarsi e rischiare di divenire più complicata dell’inizio. Zelig continua a piacere perché, pur mantenendo i ritmi del passato, ha cambiato certi contenuti, adattandoli almeno parzialmente ad oggi. Parzialmente, perché un comico per essere tale deve pur sempre continuare a infischiarsene del politically correct.

Non vi è dubbio, però, che rispetto a 20 anni fa certe battute siano oggi un po’ più proibitive, visti i tempi delicati che passiamo. Ce lo conferma quanto accaduto alla giornalista Greta Beccaglia dopo Empoli-Fiorentina.

Ciò che è accaduto è ormai noto a tutti: fuori dallo stadio per raccogliere le impressioni a caldo sulla sconfitta viola, la Beccaglia riceve una sberla sulla chiappa destra da un tifoso che già da dietro la lumava. Lei reagisce rimproverandolo con estremo garbo e, contemporaneamente, passa un altro tifoso che le dice “Quanta bella roba!”. Dallo studio, il collega Giorgio Micheletti prova a consolare la ragazza evitando che si perda il controllo e ripete “Non te la prendere”. Dulcis in fundo, arriva il tifoso intelligente che alla domanda “Che sconfitta è stata?”, risponde “Una sconfitta di m…”, con tanto d dito medio in camera. Tutto questo in 25 secondi.

Poche ore dopo la notizia rimbalza ovunque e se ne parla come è giusto parlarne oggi. Quindi si condanna “lo schiaffo del soldato” come un gesto di “molestia” o “violenza” (che per quanto deprecabili non sono propriamente termini sinonimi, ma molti faticano a capirlo). Solidarietà alla giornalista, correttamente, da ogni angolo. Eppure, quella scena che oggi tanto ci inorridisce, trent’anni fa ci avrebbe regalato 25 secondi di risate con un sicuro racconto sublime della Gialappa’s. Come siamo cambiati. E pensare che trent’anni fa, quando eravamo molesti e violenti senza saperlo, si ricordava con biasimo la censura televisiva degli anni ‘60 e si credeva di aver già vissuto negli anni ‘70 il femminismo più serrato inimmaginabile. Non era ancora accaduto nulla. Ci stavamo abituando malissimo e ci divertivamo a farlo. Oggi anche ridere è diventato un lusso, perché rischia di offendere qualcuno. A questo punto non resta che tifare per Berlusconi al Quirinale: sarebbe simpatico vedere se, undici anni dopo, sia diventato offensivo anche fare grasse e cattive battute sul Cavaliere. Forse, in quel caso, rischierebbe di diventare vintage anche la comicità di certi radical chic, compresi quelli che hanno smesso di fare cabaret dal 2011 a oggi.

Massimiliano Beneggi

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