“Il Caso Braibanti” arriva a teatro

Dal 22 al 27 febbraio, al Teatro Parenti di Milano, è in scena Il Caso Braibanti, di Massimiliano Palmese, con Fabio Bussotti e Mauro Conte, per la regia di Giuseppe Marini.

L’Italia è un paese dalla memoria corta. Se oggi provate a chiedere chi sia stato Aldo Braibanti, pochissimi saprebbero rispondere. “Il caso Braibanti” fu uno scandalo tutto italiano e lo spettacolo ripercorre, attraverso documenti d’archivio, lettere e arringhe, il processo a cui fu sottoposto l’intellettuale piacentino; per non dimenticare che la libertà di pensiero va difesa anche ricordando le battaglie passate: quelle vinte, ma soprattutto quelle perse.

Il 12 ottobre 1964 Ippolito Sanfratello depositò presso la Procura di Roma una denuncia contro Aldo Braibanti “per aver assoggettato fisicamente e psichicamente” uno dei suoi figli, Giovanni, all’epoca maggiorenne. Giovanni Sanfratello, in rotta con una famiglia borghese e cattolica ultra-tradizionalista, frequentava Aldo Braibanti da quando ne aveva diciannove.

Aldo Braibanti, laureato in filosofia teoretica, ex partigiano torturato dai nazifascisti, comunista, studioso di Spinoza, artista e poeta, era un intellettuale e dicerto una personalità carismatica: eppure tra Aldo e Giovanni esisteva semplicemente una relazione omosessuale.

Il processo ad Aldo Braibanti si aprì il 12 giugno1968, mentre infiammava la contestazione, e una nuova generazione si scagliava contro la vecchia in cerca di più ampie libertà. Il processo fu una reazione dell’Italia conformista e autoritaria davanti ai cambiamenti sociali e fu soprattutto un’istruttoria contro l’omosessualità. Per questo, all’epoca, “il caso Braibanti” agitò l’opinione pubblica italiana e fu causa di imbarazzo anche per la sinistra.

Respinto e “indifendibile” in quanto omosessuale, Aldo Braibanti fu abbandonato dallo stesso PCI, che pure era stato il suo partito. Solo alcuni intellettuali e uomini di cultura dell’epoca denunciarono l’ambiguità di un processo istituito attorno al reato di “plagio” utilizzato come pericoloso strumento repressivo: Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia, Umberto Eco, Cesare Musatti, Dacia Maraini, Ginevra Bompiani. Ma tutti i loro appelli caddero nel vuoto.

Ad Aldo Braibanti furono inflitti nove anni di carcere. Fu l’unica condanna per plagio avvenuta nel nostro paese. Nel 1981 la Corte Costituzionale abolì il reato, giudicandolo incostituzionale.

In scena due soli attori (Fabio Bussotti, Mauro Conte ) danno voce, secondo gli intenti registici, oltre che ai rispettivi protagonisti anche a tutti gli altri personaggi della vicenda, mentre le musiche eseguite dal vivo fanno de “Il Caso Braibanti” uno spettacolo-concerto dedicato a un intellettuale la cui vicenda fa tornare alla memoria quella di Pier Paolo Pasolini.

Comunicato stampa ufficiale

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