Dopo il debutto in prima nazionale al Segesta Teatro Festival, dal 29 settembre al 7 ottobre arriva al Teatro Menotti di Milano Agamennone di Fabrizio Sinisi, diretto da Gianluigi Fogacci, con Maddalena Crippa e Sergio Basile.
Una casa attraversata dall’attesa, una guerra finita che continua a lasciare ferite aperte, un ritorno che invece di ricomporre gli equilibri li fa definitivamente esplodere.
Scritto e pubblicato da Fabrizio Sinisi nel 2016, questo Agamennone attraversa il capolavoro di Eschilo trasformandolo in una tragedia intima e feroce, dove il mito si misura con le ombre del presente e la vittoria rivela il suo volto più fragile. A dieci anni dalla sua nascita, il testo torna oggi sulla scena conservando intatta la propria forza e la capacità di interrogare il nostro tempo.
Diretto da Gianluigi Fogacci, lo spettacolo mette al centro non l’epica della vittoria, ma le sue conseguenze: il vuoto lasciato dalla guerra, la difficoltà di tornare a vivere, la fragilità del potere, il peso delle colpe e dei desideri rimossi. I personaggi si muovono dentro un paesaggio emotivo instabile, sospesi tra bisogno d’amore, memoria, violenza e desiderio di redenzione.

Così il regista Gianluigi Focacci presenta lo spettacolo:
Una riscrittura potente e poetica dell’Agamennone di Eschilo di Fabrizio Sinisi, uno dei più importanti e rappresentati drammaturghi italiani. Una riflessione profonda sul rapporto fra potere e relazioni umane, un passato tragico e doloroso che si riverbera in un presente pieno di incognite, in cui il vincitore di un conflitto decennale appare in verità come un uomo sconfitto e schiacciato dai rimorsi, che trova solo nei ricordi la forza di portare avanti la propria esistenza. Una regina che abita il palazzo del potere ma che si sente inadeguata al ruolo del comando, e che nell’attesa del ritorno del suo re trascina la sua vita nel vizio e nella decadenza, cercando di placare un dolore antico. L’incontro, tanto atteso fra queste due figure terribili e disperate non sarà privo di momenti di grande amore e intimità ma sempre pervasi da un presagio tragico, e che culminerà in un definitivo regolamento di conti. Una ragazza che non riesce a reggere il suo talento di profetessa e che cercherà invano di invertire le onde del destino che presagisce con troppa lucidità. Il tutto sullo sfondo di una città sfinita da una guerra che sembra eterna e che ha perso la sua guida morale e i valori su cui è stata fondata e grazie ai quali ha prosperato. I richiami alla contemporaneità, pur non essendo espliciti son fin troppo riconoscibili, soprattutto alla luce dei recentissimi avvenimenti storici. In questa frammentazione del mito e sgretolamento della classicità la figura del coro si riduce a un personaggio che interviene nell’azione più che commentarla e che non si sottrae alla sua parte di responsabilità nell’epilogo che, pur essendo già scritto, sorprende per violenza e drammaticità. L’intento della regia è di valorizzare al massimo tutte le sfumature di un testo, che riesce a parlarci con un linguaggio altamente poetico ma allo stesso tempo quasi quotidiano. Questa valorizzazione si potrà attuare solo attraverso il lavoro degli attori, liberandosi il più possibile da stili recitativi convenzionali o comunque già sperimentati. L’elemento scenico sarà solo un letto che si muoverà su ruote e che occuperà varie posizioni nello spazio. Un elemento dal forte valore simbolico ma che fungerà anche d macchina scenica, da enkuklema, da letto nuziale, da seduta. Il contributo musicale dovrà aiutare lo spettatore ad entrare in uno stato emotivo, ma dovrà sempre rimanere in secondo piano rispetto alla voce degli attori, escludo per tanto il ricorso a melodie dal carattere descrittivo che correrebbero il rischio di doppiare o sostituirsi ai climax delle varie scene così ben indicati dal testo. Le luci dovranno svelare gli antri più oscuri dell’animo dei personaggi, mi immagino un crepuscolo iniziale che si fa notte sempre più nera, interni di palazzo appena rischiarati dal bagliore delle torce.