Sanremo Giovani, la storia: 2011-2018, da Gualazzi a Ultimo

Entriamo nell’ultima fase della storia di Sanremo Giovani, quella degli anni del declino di questa gara che fa sempre più fatica a sfornare nomi importanti per la storia della musica, fatte salve alcune eccezioni.

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Ricominciamo il nostro racconto dal 2011, anno in cui con Gianmarco Mazzi a dirigere il Festival c’è Gianni Morandi, che ne è pure conduttore. I riflettori sono tutti sulla gara dei Big che possono finalmente vantare cantautori e band del momento, mentre tra i Giovani vince un pianista jazz che andrà anche all’Eurofestival arrivando secondo: con Follia d’amore a trionfare è Raphael Gualazzi. La melodia di Serena Abrami con Lontano da tutto è gradevolissima, ma nessuno la ricorderà.

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Non va molto meglio nel 2012. Al timone ancora Morandi, le canzoni hanno un livello superiore, ma come succede ormai dal 2009 la gara dei Giovani è relegata in fondo alla serata, e così il pubblico nemmeno le può ascoltare, o perlomeno non le gode come se si ascoltassero in orari decenti. Otto Giovani a caccia di un posto nella finale a 4 del venerdì: non ci arriva Celeste Gaia con Carlo, forse l’unico vero possibile tormentone, che se fosse arrivata negli anni di Carlo Conti avrebbe avuto un sapore ancora più sanremese. A vincere è un ex bambino prodigio che arriva da Io Canto, la trasmissione di canale 5: Alessandro Casillo ha 16 anni quando trionfa con È vero (che ci sei). Peccato che anche per lui le porte del successo non si spalancheranno mai davvero, sebbene sia ancora molto giovane e le possibilità di vederlo crescere siano altissime. Erica Mou porta la simpatica Nella vasca da bagno del tempo, ma in questi anni Sanremo Giovani sembra più un contentino che bisogna dare, senza nessuna voglia concreta da parte degli organizzatori. La novità dell’anno sta nelle selezioni: chi vuole partecipare invia il brano su Sanremo Social. Si prova insomma a far piacere il Festival al pubblico più giovane, ma la verità è che poi i riflettori sono sempre solo e unicamente sui Big e sul grande ospite Celentano.

Quarta serata del 63esimo Festival di Sanremo

2013, torna Fabio Fazio, che per due anni di fila sarà anche direttore artistico. La formula non cambia: otto Giovani, quattro vanno in finale. Vince Antonio Maggio con la orecchiabilissima Mi piacerebbe sapere, che per mesi si sentirà alla radio. Incomprensibile però come lo stesso Fazio non lo chiamerà tra i Big l’anno dopo, una peculiarità che da sempre consente al vincitore dell’anno prima di farsi conoscere meglio e non solo dal pubblico notturno di Raiuno. Nasce però un’altra stella, lui sì avrà la possibilità di farsi conoscere dal grande pubblico l’anno dopo, si chiama Renzo Rubino. Suona il pianoforte e canta brani che sale di intensità mano a mano e preme il pedale del suo strumento con una voce pulitissima: arriva terzo con Il postino. La partecipazione di Il Cile servirà all’artista, già noto per Cemento armato, per prendersi il premio Sergio Bardotti per il miglior testo con Le parole non servono più, ma la sua è una carriera che si capisce sin da subito avrà ben poco in comune col Festival.

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Il 2014 conferma la straordinaria incapacità di Fazio nel valorizzare i Giovani: in una delle edizioni più brutte del Festival, si sarebbe potuto dare più risonanza all’unica vera grande novità che si chiama Zibba. È un ragazzone con una voce molto profonda, che sa fare arrivare delicatamente la sua imponenza fisica con Senza di te: il timbro è quello rassicurante dei grandi cantautori stile Bertoli o Vecchioni, ma non arriva alla vittoria perché il televoto ha sempre troppo potere. A trionfare è il rapper napoletano Rocco Hunt che canta Nu juorno buono, ma a tutti piace Filippo Graziani, che al solito paga l’eredità artistica del padre Ivan e non arriva alla finale con Le cose belle. Al secondo posto, con Babilonia, ecco Diodato, astro nascente della musica. Come detto, però, il regolamento non premia questi talenti, costretti sempre a cantare solo dopo la mezzzanotte, venerdì compreso.

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Quando arriva Carlo Conti a Sanremo, nel 2015 torna un’impronta più liturgica del Festival che riporta agli anni gloriosi di Baudo, ma con i Giovani ancora nessuna novità sul piano della presentazione: otto in gara, quattro finalisti ma a parte i puristi di Sanremo, nessuno li ascolta perché il Festival è anche più lungo dei tempi baudiani. Gli otto sono scelti tramite Area Sanremo e il ritornato programma Sanremo Giovani a dicembre, in quattro arrivano alla finale dopo una sfida con un concorrente diretto. Le loro canzoni, per la prima volta, sono già note prima della gara al pubblico che le ha potute ascoltare su internet. Le novità sono però assai interessanti: spunta Amara, cantautrice che tra due anni avrà un successo strepitoso scrivendo per la Mannoia Che sia benedetta, e che nel 2015 arriva in finale con Credo. Finalista come lei, senza arrivare al televoto finale, un altro cantautore che solo ne, 2018 ha la sua vera consacrazione: si tratta di Enrico Nigiotti, in gara con Qualcosa da decidere. La vittoria va a una scoperta di Franco Battiato, che ha potuto sentirne i provini e ha deciso di aiutarlo nella produzione. Vince quindi Giovanni Caccamo, che è anche autore di Ritornerò da te. Ha una bella voce, è timido, scrive molto bene, e si farà sentire presto anche a teatro con la Cuccarini e Ingrassia. 2015, l’ anno prossimo sarà una rivoluzione nella musica.

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Non si ricordano edizioni così proficue per i i Giovani come quella del 2016 dagli anni ‘90. La formula non cambia, le polemiche nemmeno, ma a Sanremo spuntano tre grandi futuri Big. Nella sfida a due Irama, che spopolerà ad Amici qualche anno dopo e qui canta Cosa resterà, perde contro Ermal Meta, che arriva secondo nella graduatoria finale cantando Odio le favole, tanti anni dopo la partecipazione con La fame di Camilla. Miele inizialmente è decretata finalista con la sua Mentre ti parlo, invece è un errore tecnico che Carlo Conti non saprà perdonarsi: la sfida la vince proprio quello che poi trionfa davanti a Ermal. È Francesco Gabbani che, con della musica molto frizzante e allegra, sa cantare testi tutt’altro che spensierati. Vince con Amen, e l’anno dopo vincerà tra i Big: è il primo a vincere per due anni di seguito. Cecile è la ragazza di colore che canta con orgoglio Negra: ma non farà molta strada con un tema sucuramente scottante ma ormai per nulla originale. I Giovani quest’anno cantano a inizio serata.

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Non è la stessa musica nel 2017: stessa formula, stesso numero di cantanti, terzo anno di Conti. Vince un ex concorrente di Amici, è una scoperta di Emma Marrone, si chiama Lele e canta Ora Mai. Dopo due anni ci si ricorda più della sua love story con Elodie che della sua carriera musicale, per quanto il brano sia anche di impatto. Non arriva in finale l’unico che porta estro al Festival: Tommaso Pini non conquista i favori del televoto con Le cose che danno ansia, e sparisce più o meno nel nulla. Le canzoni fanno male è la prima eliminata, ma la sua autrice e interprete Marianne Mirage si fa notare con la sua chitarra e la sua folta chioma, e farà anche la colonna sonora del film The place. Maldestro e Francesco Guasti sono due artisti che ancora dopo due anni attendono di crescere in quest’anno jungla di cantanti.

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È il 2018, Claudio Baglioni è il direttore artistico del Festival, che conduce con la Hunziker e Favino. I Giovani, già noti da mesi al pubblico, hanno tra loro un certo Lorenzo Baglioni che fa storcere il naso a qualcuno per il cognome che porta ma non ha alcuna parentela col direttore artistico. Canta la divertente e orecchiabile Il congiuntivo, ma non vince seppur favorito. Arriva quarto. Primo, a dispetto del nome che usa, è Ultimo, con la romantica Il ballo delle incertezze. Inizia la carriera di un ragazzo che piace e che sa andare oltre i talent e ogni tipo di standardizzata presentazione giovanile che sembra volere favorire solo i rapper. Secondo posto per il cantautore Mirkoeilcane, che canta e recita Stiamo tutti bene, mentre diverte e sorprende Mudimbi con Il mago.

Massimiliano Beneggi

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