Syria: “La discografia non mi stimola più, raccontare Gabriella Ferri mi rende più serena”

Venerdì 29 e sabato 30 al Teatro Menotti di Milano arriva Syria con Perché non canti più, uno spettacolo nato un anno fa quasi per caso da una chiacchierata tra l’artista romana e Pino Strabioli, per raccontare e omaggiare la grande Gabriella Ferri. Cecilia Cipressi, meglio nota come Syria, nome preso dalla nonna, quest’anno a Sanremo ha accompagnato Anna Tatangelo nella serata dei duetti dove è stata una delle più convincenti. Da un po’ di tempo, però, non si sente più con album nuovi perché, come ci racconta, ha trovato la sua nuova dimensione nel teatro, dove iniziò una decina di anni fa con Francesco Paolantoni. Vincente a Sanremo tra i Giovani nell’ormai lontano 1996 con Non ci sto scritta per lei da Claudio Mattone, arrivò terza tra i Big l’anno dopo con Sei tu.

Fu protagonista di grandi successi anche estivi segnando importanti cifre musicali nel nostro panorama artistico con brani frizzanti come Se ti amo o no, L’amore è, Fantasticamenteamore.

Da qualche anno, dopo la maternità, Syria ha cambiato registro: la musica resta una grande passione ma vuole affermarsi diversamente. Ci racconta che quest’anno non ha visto Sanremo Giovani, ma si mostra entusiasta quando le ricordiamo di essere una delle invenzioni di Pippo Baudo, di cui tutti hanno nostalgia ogni anno a Sanremo. Syria insomma è felice col teatro ma non rinnega il suo passato. E allora, chissà che non si riesca a fare un giorno uno spettacolo insieme ad altri personaggi scoperti da Pippo Baudo, che potremmo intitolare proprio Ci ha inventati lui! In attesa di vedere se riusciremo a realizzare questa idea nata per caso, parliamo allora di Perché non canti più. Un racconto, un omaggio non banale a una grande artista fonte di ispirazione per molti giovani che si affacciano al mondo dello spettacolo (tra tutti La Zero che nel presentarci Nina é brava ci confidò proprio questa passione per la Ferri).

Cecilia, perché fare uno spettacolo su Gabriella Ferri?

Da interprete sentivo l’esigenza di potere rivisitare a modo mio la storia di una grande icona della musica italiana, mettendomi al servizio della sua arte. Avevo il desiderio condividere un ricordo con il pubblico che l’ha amata.

Cosa invidi a Gabriella Ferri?

La sua unicità: la forza e la grinta che aveva nel raccontarsi nelle canzoni con teatralità e drammaticità. Aveva un timbro vocale da virtuosa poetica con la nota alta: mi ha sempre affascinato il suo modo di accogliere le canzoni e di raccontarle con grande ironia.

Gabriella è stata una grandissima artista spiccatamente romana, come accoglie il pubblico nelle diverse piazze italiane questo spettacolo?

Benissimo. Siamo partiti a luglio dello scorso anno e il pubblico reagisce bene: ci siamo accorti che era amata da Nord a Sud e tutti sono felici di ricordare Gabriella con noi. È un tributo fatto di parole, momenti anche intimi e personali di Gabriella Ferri, letti attraverso i suoi diari raccolti da Pino. Vogliamo far sì che tutti, chi l’ha sempre amata e chi la scopre ora, ascoltino il suo repertorio: i suoi meravigliosi album non dovranno mai essere dimenticati. Questa è la nostra missione.

C’è tanta intensità in questo racconto che non vuole essere una imitazione. C’è qualche momento particolare nello spettacolo in cui ti emozioni al punto da faticare a proseguire?

Ci sono diversi momenti, gli intenti ogni volta cambiano. Ogni volta è diverso, in base a un applauso,una parola dal pubblico,uno sguardo incontrato quando scendo in platea. È uno spettacolo fatto di sfumature diverse che mi rendono vulnerabile: sono dentro a un vortice di emozioni non indifferenti.

Secondo te perché un personaggio come Gabriella Ferri é stata messa da parte dalla televisione a un certo punto della sua carriera?

Le mode sono andate avanti e lei si è messa da parte. Sono convinta che sia stata lei a scansarsi da gran signora, non è stata messa da parte. Certe cose non andavano più di pari passo con il suo modo di vedere la tv e la musica. Non accettava più certi compromessi culturalmente parlando. Sicuramente nel nostro mestiere un po’ di inquietudine deve esserci, se non c’è non ci fa star bene: quindi un po’ ha sofferto perché ha ritenuto che certe cose non valevano la pena di essere vissute e si è ritirata disegnando, scrivendo, attaccandosi alla fede. È stata una gran signora a volersi fare da parte.
Nella tua famiglia è particolarmente importante un’altra artista di grande spessore, Mia Martini con cui tuo padre lavorò insieme. La sofferenza è stata una costante di questo incredibile personaggio come lo è stata di Gabriella. La musica può aiutare a uscire dalle sofferenze o, al contrario, le acquisce?

Mio padre ha seguito Mimì da un certo punto in avanti della sua carriera essendone il discografico. Lei era infatti una artista della Fonit Cetra. Lui è stato un grande amico e ha avuto il piacere di affiancarla e di comprendere tante cose di lei. Io ho avuto possibilità di vivere Mimì perché spesso frequentava la nostra famiglia ed era diventata molto amica anche di mia madre. In questo mondo siamo soggetti a un ego che porta a sentirsi sempre giudicati. La parola sofferenza va un po’ dosata: la sofferenza può arrivare se viene detta una parola sbagliata, se si diffondono brutte cose, se qualcuno non ti apprezza e fa una recensione negativa e ti paragona a qualcos’altro. In questo mestiere bisogna accettare critiche e angherie che alcuni non hanno saputo sostenere: è tutto molto personale e soggettivo. È anche il bello degli artisti: ognuno vive il proprio lavoro come vuole e come crede. Quando si fa questo lavoro, che è di passione, di ispirazione e di cuore, si è persone creative, quindi con umori diversi, guidati da sensibilità personali. Gabriella non era Mimì e Mimì non era Gabriella. Sicuramente la musica può essere terapeutica. Se canti canzoni che ti riguardano e sono state scritte per te, dopo un po’ possono aiutare a uscire dalla sofferenza.

A chi si rivolge lo spettacolo?

Lo spettacolo si rivolge al pubblico di Gabriella ma anche a chi non la conosce e vuole saperne qualcosa di più. Non c’è nessuna emulazione ma solo la voglia di mettersi al servizio della musica e della storia di Gabriella attraverso questi diari inediti. Io non voglio cantare né muovermi come lei: voglio solo coinvolgere sempre di più il pubblico nella storia di questa artista straordinaria che raccontiamo di replica in replica.

Cosa si impara da un grande genio e maestro come Pino Strabioli?

Si impara molto perché Pino ha una sua cifra stilistica: sa aiutarti con grande garbo, delicatezza, cultura e grande gusto. Io ho bussato alla sua porta per chiedergli di fare questo spettacolo. Si è convinto subito che avrei trattato Gabriella come una piuma. Ha saputo in un’ora e mezza di spettacolo cogliere tutte le parti più gradevoli e ironiche di Gabriella: è un grandissimo autore. Sicuramente in questa ora e mezza evince la delicatezza con cui è stato costruito Perché non canti più.

Sono anni che attendiamo il tuo ritorno a Sanremo. Tornerai presto con qualche disco magari anche in estate?

Grazie, onestamente in questa fase della mia vita però non ne ho voglia. Sono interessata ad altre proposte: mi piace vivere il teatro, altre atmosfere e situazioni che mi danno molta più serenità. Credo di avere dato qualcosa a modo mio alla musica, e sono felice di aver fatto tante esperienze incredibili, ma in questo momento non sono assolutamente stimolata dalla discografia.

Massimiliano Beneggi

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