Giorgia Trasselli: “Parenti serpenti”, ma la famiglia è una forza. Il teatro il mio vero amore, ma se chiamassero per un film…

Essere importanti non vuol dire essere spocchiosi, andare in televisione non è sinonimo di eccellenza attoriale, benché in qualche raro caso ci siano delle eccezioni, come con il personaggio che andiamo a intervistare oggi, e che è una delle attrici più importanti. Bravissima, professionale, umile, simpatica, straordinariamente sensibile: sono qualità per nulla scontate, che forse anche per la loro rarità si percepiscono quando una persona è corretta come lei, Giorgia Trasselli.

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Lei è una di quelle che la televisione l’ha conosciuta ampiamente, di esperienza ne ha da vendere e da insegnare (e non a caso è una delle più apprezzate docenti di dizione), eppure non ha mai abbandonato la genuinità del suo primo vero amore: il teatro. Si entusiasma molto nel suo mestiere (nella stagione che si sta concludendo ha recitato anche in Miseria e nobiltà e Analisi illogica) e ora torna nel capoluogo lombardo.

Da giovedì 9 maggio fino al 19 infatti sarà a Milano al Teatro Carcano con Parenti serpenti, la commedia che la vede protagonista nel ruolo di Trieste, la moglie di Saverio, interpretato da Lello Arena. Nessuno spettacolo ha mai descritto al meglio le ipocrisie del Natale e della famiglia come questa grottesca messa in scena, decisamente più divertente e completa a teatro rispetto alla versione cinematografica con gli indimenticabili Paolo Panelli e Pia Velsi: le bassezze delle recriminazioni e l’arroganza di fronte agli interessi si fondono coi buoni sentimenti e la tenerezza della famiglia riunita nel Natale. Giorgia, da attrice vera quale è, la affronta come sempre calandosi nel personaggio e empatizzando con una donna decisamente diversa da lei, ma a cui ormai è legatissima da cinque anni.

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Giorgia, pensando a Parenti serpenti mi viene in mente un saggio di Nietzsche che sosteneva che un invidioso non potrà mai essere felice, perché non vivrà mai la sua vita ma sempre unicamente quella degli altri. Quanto può insegnare in questo senso la commedia di Amoroso?

L’invidia è un sentimento pernicioso che corrode e logora chi lo prova e, nei casi peggiori, può fare del male anche a chi ne è oggetto e lo subisce senza avere lo stesso sistema di comportamento e ne viene distrutto. Parenti serpenti però più che invidie vere e proprie presenta delle incomprensioni tra figli, generi ecc., dettate da malesseri interiori che covano sotto l’apparente bontà della festa del Natale e suscitano delle cattiverie. In Parenti serpenti ci si attende tutti per amarsi e volersi bene, per poi rivelarsi pronti a compiere una tragedia: parenti che sembrano tutti buoni e festosi alla fine si trasformano negli esseri più temibili, viscidi e peggiori. Nel momento in cui si deve affrontare il futuro dei genitori anziani, si nascondono tutti ed emergono vecchi rancori che tenevano dentro di sé e che ora si rinfacciano. L’invidia è comunque un sentimento che si può provare anche per ammirazione, e desiderio di emulazione e in quel caso è anche un’invidia buona. In ogni caso la viviamo piu o meno tutti, è ipocrita dire che non la si possa provare.

Ormai siete un gruppo collaudato, questa è la quarta stagione, il personaggio di Trieste sta diventando un po’ il tuo alter ego…

Trieste è un personaggio che mi spaventava molto inizialmente: con il regista Luciano Melchionna si riescono a fare le cose nel migliore dei modi, e per questo avevo già molta fiducia in lui, che ci dirige in maniera sublime, ma dovendo fare il vecchio o il gobbo a volte si rischia di cadere nella parodia e nella macchietta. Invece non è accaduto e adesso sono molto orgogliosa di questo personaggio, diverso da me, che porto in scena da diversi anni a fianco di Lello, con cui il rapporto è cresciuto moltissimo. Da tanti anni lavoriamo insieme: basta uno sguardo e ci si capisce subito, e anche il pubblico vede questa complicità. Per me è un vero privilegio lavorare con lui, persona meravigliosa.

Cosa ti piace e cosa non ti piace del personaggio di Trieste?

Trieste è una mater pater familias. È tanto buona e cara, cristiana e sensibile ma, grazie alla sua ignoranza di fondo, non ascolta nessuno: non riconosce i problemi dei figli e non si accorge di nulla. È una donna molto forte: siamo molto lontani come personaggi, ma mi piace il fatto che provi grande tenerezza per questo marito malato di demenza senile, che pare rimbambito e invece è lucidissimo perché dice cose molto forti e importanti aldilà delle mancanze che ha. La malattia di Saverio, difficile da sopportare, crea dei vuoti in Trieste, che per questo prova anche tanta rabbia.

La rabbia di avere a fianco un marito inevitabilmente cambiato, e la difficoltà ad accettarne l’invecchiamento…

Ho provato anch’io rabbia con mia madre negli ultimi periodi della sua vita: si pretende che facciamo tutti le stesse cose di sempre, con la medesima voglia di essere attivi, e invece inevitabilmente non può essere così. Quando una persona che si ama sta male si prova rabbia: in questo Trieste è un personaggio molto vero, e mi sento molto vicina a lei.

Che ruolo ha la famiglia per Giorgia?

Sono stata molto fortunata perché, al di là delle diatribe di gioventù, che sono nel copione, per cui a tratti si odiano i genitori, ci siamo sempre divertiti molto. Sono alcuni anni che non ci sono più i miei genitori e mi mancano molto: io sono una malinconica romantica. Anche grazie a mio fratello ho trovato una cognata fantastica e abbiamo fatto sempre feste molto belle, ricche di allegria: certo la famiglia può essere nido di amore e talvolta anche un covo di cose terribili, lo vediamo dalla cronaca… I problemi ci saranno sempre, perche la vita è così, ma quando la famiglia è sana è un fortissimo punto di riferimento, una forza.

Le tradizioni allora servono ancora per conservare i valori?

I valori in se della onestà, della correttezza, della sincerità prescindono dalla tradizione del Natale, sono assoluti: però è ancora una cosa meravigliosa stare insieme nelle feste comandate, aldilà dell’essere religiosi o credenti, trovandosi davanti al panettone a Natale, alla colomba pasquale, piuttosto che alla grigliata di ferragosto. Anche se non dovrebbero essere solo quelle le occasioni in cui ci si vede finisce che si fanno queste cose solo nelle feste comandate, e sono delle grandissime occasioni.

In Parenti serpenti è molto presente la figura di questi figli, certamente non adolescenti, che necessitano ancora di tante indicazioni e non riescono a crescere: c’è un momento nella tua vita in cui hai scoperto di essere cresciuta o non sei ancora diventata grande?

Io mi sono sempre sentita innanzitutto figlia: a un certo punto si diventa madre, e lì si diventa tutto, ma fondamentalmente mi sono sempre sentita più figlia. Ci sono quei momenti della vita in cui si è tutto: madre, figlia, moglie, nipote, ora sono anche nonna, una gioia che non finisce piu: non è una battuta retorica il fatto che ci si rimbambisca davanti a un nipote! Tuttavia non so se sono cresciuta ancora del tutto. Ci sono lati del carattere e del temperamento di ognuno che devono sempre crescere: però certamente quando i miei non ci sono stati più ho vissuto una crescita un po’ forzata. Ci sono campanelli nella vita che ti fanno crescere, e a volte sono anche piacevoli.

Tornando alla domanda iniziale, tu di sicuro non sei quella persona invidiosa di cui parla Nietzsche, ma a che punto è la tua felicità?

La felicità e una parola importante: io in linea di massima sono una persona allegra, forse felice solo a tratti, per delle bellissime notizie, come quando è nata la mia nipotina, oppure quando arriva un lavoro importante…Vivo momenti di grande malinconia e nostalgia: a volte quando è troppa questa può far male, bisogna sapere guardare avanti. Una volta mi arrabbiavo, ma invece ora ho imparato a convivere con questo mio sentimento, che è dentro di me. Però mi sento una allegra malinconica: sorrido sempre, mi viene spontanea la battuta quando incontro una persona.

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Tu eri stata scelta per Casa Vianello grazie alla tua esperienza teatrale: pensi che sarebbe ancora possibile oggi una promozione del genere o ormai il teatro sarà sempre più una realtà a se stante, che non si corrompe con televisione e web?

Io amo la televisione, la guardo molto e sarò sempre grata a Sandra e Raimondo per quei vent’anni di Casa Vianello. Feci due provini, il mio agente, che era un signor agente, mi mandò con delle foto per fare un personaggio che non era inizialmente quello della tata. Raimondo mi disse “Lei fa teatro? Noi cerchiamo proprio attori di teatro, che sappiano memorizzare e recitare bene e velocemente le battute del copione”. E io dentro di me dissi “Grazie”. Io in quel momento facevo teatro con Giancarlo Sbragia, ero preoccupata perché di solito è difficile arrivare dal teatro: il cinema non vuole attori di teatro, perché sono troppo teatrali, la tv vuole personaggi che magari non sanno parlare ma devono bucare lo schermo. E invece non è così: un attore è un attore. Il teatro, purtroppo, a volte si fregia di personaggi che arrivano dalla tv e da altri mondi: ci sono personaggi che non sono attori, e questo va a scapito del teatro. La tv e il cinema, invece, non vanno molto a pescare nel teatro: io ho attraversato un po’ tutto, forse il cinema l’ho attraversato troppo poco, non perlomeno quanto avrei voluto e vorrei. Ma anche di cinema bisogna farne tanto per conoscerlo, perché è un mezzo diverso. Chissà in futuro…io amo il teatro, però sarebbe bello fare anche il cinema.

Massimiliano Beneggi

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