Emilio Solfrizzi: Che affetto il pubblico di Milano, non vedo l’ora di tornare! E sul dialetto pugliese vi dico che…

Ci sono attori talmente espressivi, in grado di farci ridere anche solo con uno sguardo o un movimento, da diventarci immediatamente familiari. La tv ci impone i protagonisti, il teatro ce li fa scegliere: Emilio Solfrizzi è sicuramente uno degli attori più amati dal pubblico per la sua straordinaria empatia e la sua capacità di essere al tempo stesso il simpatico padre di famiglia di Tutti pazzi per amore e il clown del duo Toti e Tata con Antonio Stornaiolo.

Proprio con il collega e amico di sempre, pochi giorni fa ha riempito completamente, per quattro giorni di seguito, il Teatro Manzoni di Milano con lo spettacolo Il cotto e il crudo, in cui i due attori raccontano con tanta sincera ironia le loro origini baresi, quando ancora la Puglia non era la meta turistica ambita da tutti. Ma già era quell’oasi di pace e spontaneità in ogni angolo che sarebbe stato scoperto solo agli inizi degli anni 2000, quando Emilio partiva per Roma per fare cinema.

Impegnato intanto anche nel tragicomico monologo Roger e con Paola Minaccioni nella commedia A testa in giù (Clicca qui per leggere la nostra recensione) di Zeller (“un autore poliedrico e sempre sorprendente”, dice lui), Solfrizzi sarà al Teatro Piccini di Bari che riapre dopo anni di lavori (“Uno dei più belli in assoluto”) il prossimo 25 dicembre per quattro date sempre con Stornaiolo nel divertentissimo Tutto il mondo è un palcoscenico. Che potrebbe arrivare a Milano l’anno prossimo (“Non vedo l’ora di tornare!”).

Emilio, il rapporto tra Milano e la Puglia è sempre stato molto stretto, basti pensare che una grande icona meneghina come Enzo Jannacci fosse di origini pugliesi. Vi aspettavate questo successo clamoroso a Milano con uno spettacolo che racconta tanto la vostra regione?

Dire che lo aspettavamo sarebbe presuntuoso. Sicuramente ce lo auguravamo. Temevamo fosse da pazzi non solo accettare la scommessa di aprire la stagione del Manzoni di Milano, ma anche farlo il 3, 4, 5 e 6 ottobre: quando siamo arrivati settimana scorsa c’erano ancora 24 gradi alle dieci di sera, praticamente estate. Contavamo quindi anche sulla folta presenza dei pugliesi perchè ci venissero a dare una mano. E’ stata una sfida, decisamente vinta grazie all’ottimo lavoro di squadra, a partire dall’attenta promozione che c’è stata e dall’affetto del pubblico che hanno trasformato tutto in una bellissima festa.

In effetti si respira proprio una bella atmosfera di festa nel vostro spettacolo, pieno di interazione col pubblico e di improvvisazione tra di voi. Cosa imparate l’uno dall’altro?

Impariamo ad ascoltarci anche sul palcoscenico: è una cosa che si dovrebbe fare di più. Antonio ed io siamo veri amici, ci conosciamo da tantissimo tempo e ci presentiamo come tali, sul palco aggiungiamo il recitato, ma il nostro rapporto è davvero quello che si vede. Ci fidiamo ed abbiamo molto rispetto l’uno dell’altro: io aspetto che lui mi sorprenda, so che cercherà di farlo, che dica qualcosa che io possa cogliere, e lo stesso fa lui cercando i miei sguardi, rispettando le mie pause, i miei spazi. Interagiamo sempre pronti a rilanciarci la battuta, come si fa nella pallavolo quando uno alza e l’altro schiaccia. Lui è molto più che una spalla, con tutto il rispetto. E’ la metà del duo!

Nello spettacolo Antonio usa un linguaggio forbito, quasi da manuale. E tu provi a interpretarlo usando il tuo linguaggio più semplice ma mai volgare.

Antonio, tra le mille qualità artistiche che ha, è anche un grande affabulatore, e usa meravigliosamente l’italiano. Veniamo dagli stessi studi ma evidentemente lui ha letto molto più di me. Nello spettacolo il suo parlar lezioso lo fa diventare addirittura incomprensibile a se stesso e questo genera un grande effetto comico, ma nel quotidiano non siamo sempre cosi forbiti, quello è solo un gioco da palco. Certo, se possiamo evitare le parolacce lo facciamo volentieri, anche nella realtà.

Aristotele diceva che le radici della cultura sono amare, mentre i frutti sono dolci. Tu sembri andare nella stessa direzione: arrivi a Roma per una carriera cinematografica, ma poi ti ritrovi nuovamente ad amare quelle radici, talvolta dure, che non si apprezzano subito nella vita e grazie a cui sei quello che sei.

Nessuno deve prescindere dalle proprie origini. Non potremmo essere quello che siamo se trascurassimo la nostra lingua, le nostre radici, e a quella saremo sempre legati in un modo o nell’altro. Rivendicare le proprie origini costa fatica: la Puglia condivide con Milano anche questo. Oggettivamente, ci sono attori più fortunati, le cui origini li avvantaggiano. Un napoletano, per esempio, può parlare tranquillamente nel suo idioma senza preoccuparsi (o preoccupandosi meno) che qualcuno non capisca, perché la sua è una lingua a tutti gli effetti universalmente accettata, con una storia, una tradizione. E’ difficile per un pugliese esprimersi nel suo dialetto in un film “serio”. Avete mai visto in una fiction italiana un magistrato che parli pugliese? Al più i magistrati nelle fiction, se non italiano, parlano napoletano, siciliano… il pugliese non lo si sente mai se non per ruoli più umili. E’ difficile arrivare al grande pubblico con il proprio dialetto, per un pugliese o un milanese, senza essere costretto a forzare la propria lingua per renderla goffa. Il grande Lino Banfi è riuscito a farsi strada ma ha dovuto inventarsi uno slang tutto suo.

C’è qualche attore, secondo te, che è stato penalizzato dall’uso del dialetto in Italia?

Gilberto Govi era un attore spaziale, ma esprimendosi in genovese non è riuscito ad avere la statura che meritava.

La Puglia è piena di paesaggi che paiono desertici e danno un senso di pace assoluta in cui potere evadere, secondo te cosa ha portato a questo improvviso amore del mondo per questa regione?

A vedere le foto della Puglia forse si può avere una sensazione di vuoto, ma invece posso assicurare che quel nulla è tanto: la cattedrale di Trani è solo a Trani, Martina Franca è solo a Martina Franca, lo stesso dicasi per Castel Del Monte, così come i trulli li si trovano solo ad Alberobello. E’ unica nel suo genere La Puglia è lunga più di 400 km e ha poco più del doppio di km di coste. E’ morfologicamente diversa da ogni altra regione. Toscana, Umbria e Lazio sono regioni che io amo ma sono simili tra loro: la Puglia ha delle cose che sono solo lì. Il paesaggio cambia appena si entra in Puglia. Per anni è stata la Cenerentola delle regioni italiane: quando è stata scoperta tanta gente non se lo aspettava cosi bella, eppure c’è sempre stata.

Il cotto e il crudo, sia per la parte più forbita sia per quella appunto più cruda, fa sicuramente venire voglia di visitare questa terra. E’ uno spettacolo di caratura anche culturale.

Per lavoro ho la fortuna di girare tanto, e posso dire che senza dubbio è una terra di eccellenze. Si mangia mediamente bene ovunque e si spende ancora il giusto (non so ancora per quanto): il pesce è tra i più buoni e più freschi d’Italia. Si assaporano i vini migliori e più di moda di questo momento. E poi se per altre regioni un certo turismo è consuetudine, per la Puglia è ancora una novità. In questo momento ci sono tante iniziative piene di entusiasmo, una voglia di far bene che continua ad essere in espansione: la festa della Taranta, unica nel suo genere, lo dimostra. Si sono conservate ancora certe tradizioni con festival e sagre che guardano già alla modernità ma con un piede nel passato. Questo è il fascino di questa terra più che mai viva in questo momento.

Massimiliano Beneggi

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