Claudia Lawrence, 95 anni di entusiasmo e saggezza: Rimpiango la censura di “Un, due, tre”

Il giovane pubblico televisivo l’ha riscoperta solo recentemente, con la sua memorabile partecipazione a Italia’s Got Talent ma lei, Claudia Lawrence, straordinaria ballerina di tip tap terza classificata nell’edizione conclusa poche settimane fa, è una delle artiste più incredibili con una carriera importantissima alle spalle.

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Formatasi soprattutto tra Firenze e Parigi sotto le direzioni di Kyra Nijinski e Nora Kiss, impegnata subito dopo la seconda guerra mondiale in varie tournée internazionali, Claudia si fece conoscere sul piccolo schermo come prima ballerina di Un due tre. Poco dopo arrivarono collaborazioni con maestri del palcoscenico quali Paolo Poli, Emanuele Luzzati e Giorgio Strehler. Iconica figura anche del Teatro Arsenale di Milano, dove ha lavorato con Marina Spreafico in spettacoli su Baudelaire, negli ultimi tempi è tornata alla ribalta con l’esperienza del talent show, vissuta con quell’ invidiabile entusiasmo di esibirsi davanti a un pubblico per il quale mostra grandissimo rispetto. Un atteggiamento da insegnare a tanti giovani che, assetati di successo e visibilità, non si godono la piacevolezza dei momenti. Il 3 giugno Claudia ha compiuto 95 anni: abbiamo voluto intervistarla, scoprendo molto più di quel che si potesse immaginare. Un amore sconfinato per la vita, da prendere con la giusta leggerezza che consente di realizzare i sogni e le speranze: Claudia Lawrence è una forza della natura che non vede l’ora riaprano i teatri per andare in scena con un nuovo spettacolo in cui balla e racconta le tappe più importanti della sua carriera. Con una meravigliosa lucidità e spigliatezza, in piena salute, Claudia lascia estasiati e fa riconsiderare positivamente la nostra esistenza terrena.

Claudia molti giovani l’hanno scoperta solo ora, ma lei ha vissuto esperienze straordinarie sul palcoscenico…

Il teatro ha sempre una platea meno vasta: purtroppo ci sono tante cose belle in teatro ma rimangono in sospeso se non c’è la televisione di mezzo. Quindi anche certi spettacoli stupendi, vissuti nel periodo al Piccolo con Paolo Poli, appartengono ormai al passato, e nessuno li ricorda più. La tv di oggi purtroppo è sempre infarcita di delitti, chiacchiere: una volta c’erano sceneggiati come Il Mulino del Po, oggi prodotti simili non trovano spazio. Magari nel tempo torneranno…

Come mai la decisione di partecipare a Italia’s Got Talent?

E’ nata per caso. Mi hanno chiamato insistendo perché provassi a partecipare, io non ci avevo mai pensato. Mi ha convinto l’idea di vivere un’esperienza nuova, e così è stato: un’avventura divertente ma anche faticosa. La finale è stata fatta senza pubblico, con vari tagli: arrivai a Roma per miracolo perché stava arrivando la pandemia.

Matano, Bastianich, Pellegrini, Maionchi, il pubblico: di chi temeva maggiormente il giudizio?

I giudici onestamente non li conoscevo nemmeno prima della trasmissione: non vedevo l’ora di esibirmi perché ero stata quattro ore in piedi. Matano è stato davvero carinissimo con me, una persona squisita: io non vedevo l’ora di esibirmi e andarmene invece la cosa si è prolungata. Mi ha sorpreso. Il pubblico più importante, però, direi che è sempre il pubblico.

Come scoprì l’amore per la danza?

Dicevo sempre che da grande avrei voluto fare il pagliaccio: mi ha sempre interessato cercare di unire l’arte con l’ironia. Prima della guerra cominciai ballando danza ritmica a Milano, finchè non scoprii il tip tap con il Maestro Faraboni. Andai a Firenze alla scuola di danza di Kyra Nijinski.. Per perfezionarmi mi spostai a Parigi da Madame Nora Kiss. Tornai in Italia, presi una Maschera d’argento facendo Tarantella Napoletana. Da grande avrei voluto fare il pagliaccio.

John Dewey definiva l’essere umano come fondamentalmente illogico in quanto o si nutre o di compromessi o di vecchie convinzioni difese con forza. Qual è in questo senso la cosa più illogica che abbia fatto nella sua carriera, magari anche per non rischiare?

Più che qualcosa di illogico mi è capitato di fare dei balletti per nulla convincenti per tirare avanti. Per esempio la danza russa lituana: facevamo tre spettacoli al giorno, alla fine non sapevo più nemmeno io se si trattasse del primo o del secondo atto. Non era un bel prodotto, ma era l’unica cosa da fare in quel momento. Un’esperienza che non faceva parte di un ragionamento convincente: fu un viaggio assurdo, ma qualcosa imparai lo stesso.

Guardando allo spettacolo di oggi, spesso eccessivamente permissivo, è più forte in lei un sentimento di nostalgia per i varietà anni ’60 e il teatro di rivista o la soddisfazione di aver superato un periodo di censura totale come avveniva a Un, due, tre.

Ad Un, due, tre dovevo mettere la spilla di sicurezza nella blusa perché si apriva! Tognazzi e Vianello erano fantastici: lavorare con loro arricchiva ogni volta. In quella tv succedevano più cose: oggi tutto è permesso ma nulla fa più sorpresa. Uno potrebbe andare anche nudo in tv che la gente se ne fregherebbe, è come se non accadesse nulla ormai oggi.

L’incontro più bello della carriera?

Sono due: Paolo Poli, con cui lavorai per cinque anni alla Borsa di Arlecchino di Genova e Lele Luzzati, un amico eterno. Lui diede un senso all’amicizia e all’importanza di tenersi in contatto con le persone a cui si è affezionati. Rimane la persona più importante. La nostra amicizia è durata quarant’anni: andammo insieme a Parigi, e lì si rivelò anche un vero Maestro. Era una persona molto curiosa, mi dava tanti consigli, All’inizio faceva anche il costumista, ma lo annoiava perché riteneva che alcuni dettagli non si notassero nemmeno e fossero fissazioni degli attori. Allora divenne uno sceneggiatore: portava le scene già come se fosse un regista, dava le impostazioni. Non era solo uno sceneggiatore, molto di più.

La cattiveria più grande che abbia subito nella sua carriera?

Io non mi sono mai accorta di cose grosse, eventualmente bisognerebbe chiederlo a chi le ha fatte perché non sono state un mio problema. Qualche difficoltà c’è stata, ma mai niente di grave: dopo un momento delicato si vive sempre un periodo più bello. Se c’è stata una cosa spiacevole, quindi, è da quella che viene fuori qualcosa d’altro: guardo sempre all’altro lato della medaglia.

In cosa manca ancora lo spettacolo italiano rispetto all’estero?

Si segue poco la danza in Italia: da anni ormai non è successo più niente in tal senso. Le scuole fanno i saggi, ma le linee nuove non sono sostenute. Ci sono persone in gamba ma non riescono ad arrivare perché non c’è nessun aiuto. Se uno vuole fondare una scuola di danza lo può fare, ma intanto deve avere un altro lavoro, e quindi la cosa decade subito. L’Italia però è meravigliosa, sono innamorata di Milano, dei suoi cortili, delle sue zone rinnovate.

Lei è una forza della natura invidiabile a cui guardare con ammirazione. Cosa la rende felice oggi e ottimista per i prossimi 95 anni?

Il fatto di lavorare, avere mio figlio con me, due nipotini uno di 18 e uno di 4 anni: la vita va avanti grazie a loro. Mio figlio lavora molto in Giappone e insegna al CTA, ora ha in progetto uno spettacolo su Il corpo è cultura di Tadashi Suzuki, un autore conosciuto in tutto il mondo. Si tratta di un libro interessantissimo, scritto con uno spirito moderno. Vederlo così entusiasta mi rende molto felice.

Massimiliano Beneggi

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