Italia-Inghilterra: nell’arte e nella cultura l’abbiamo vinta noi. Ma non ce siamo ancora accorti

Italia-Inghilterra: il grande giorno è arrivato. Stasera, 11 luglio 2021, le due formazioni calcistiche si sfideranno in una partita che Paolo Villaggio preannunciò più di quarant’anni fa nel suo Secondo Tragico Fantozzi. Sarà un incontro di sport, ma in un’Italia che, come diceva Churchill, vive le partite di calcio come se fossero battaglie e le battaglie come fossero partite di calcio, Italia-Inghilterra rappresenterà qualcosa di più. In grado di far saltare persino ogni schema sociale.

Le regole imposte dai distanziamenti Covid (già ampiamente svanite nella terra dei Reali) sono pronte a saltare del tutto anche in Italia in caso di vittoria, tra abbracci e promiscuità che farebbero dimenticare ogni battaglia di mascherine e vaccini. D’altra parte in Italia funziona così: facciamo il Festival di Sanremo a porte chiuse, manteniamo ogni tipo di protezione per gli eventi di spettacolo anche all’aperto, ma di fronte al calcio bisogna solo inchinarsi. Guai a evitare i rituali dei caroselli. Le scuse le conosciamo già: sono tanti anni che si aspetta questo momento, i numeri dei contagi sono in calo, ormai siamo quasi tutti vaccinati. Nulla di vero e soprattutto niente che possa autorizzare a feste capaci di sfociare in violenze come martedì scorso a Cagliari, quando un uomo che stava lavorando portando le pizze in motorino è stato vittima di un assurdo pestaggio.

Al netto di tutto questo, Italia-Inghilterra è la sfida tra due culture nemmeno troppo distanti, che si imitano vicendevolmente da secoli. I numeri sono dalla nostra parte, ma non ce ne siamo resi conto.

L’Italia, il Paese del Rinascimento e delle grandi opere d’arte, contro l’Inghilterra della Restaurazione letteraria e teatrale.

Quell’Inghilterra che non ha nulla più di noi, ma a cui guardiamo sempre con riverenza, al punto da farci condizionare la quotidianità. Siamo arrivati addirittura ad adottare la loro lingua per descrivere ciò che potremmo tranquillamente definire con la nostra, ben più dolce e piacevole. Non solo i curricula vengono compilati con mansioni in inglese che più che rendere internazionale il lavoro svolto lo fanno diventare incomprensibile, ma persino i momenti della giornata inglese fanno ormai parte della nostra cultura. Fino a qualche anno fa non esisteva in Italia il brunch, come non ce ne importava una beata di Halloween. E tutto sommato stavamo bene lo stesso, con una nostra identità. Oggi il primo pensiero di chi partecipa all’Eurovision Song Contest è: canterò in italiano o in inglese? Per fortuna al momento ha sempre vinto la prima opzione, ma il dubbio resta incisivo ogni volta. Come se gli inglesi avessero quel qualcosa in più, come se fossero perfetti. E invece diventiamo semplicemente imbarazzanti quando usiamo odiose espressioni come Molto Easy, Mi sento free, Enjoy e via dicendo. Per un Paese che vanta infiniti nomi quali Dante Alighieri, Ungaretti, Leopardi, Foscolo, D’Annunzio, Ariosto (dobbiamo continuare?) è perlomeno buffo, se non umiliante, guardare con invidia alla Gran Bretagna di Shakespeare, Shelley, Lord Byron.

È sempre stato così. Applaudiamo ai 59 anni di storia della più longeva band mondiale, The Rolling Stones, dimenticando che i nostri Nomadi hanno solo un anno in meno. Sindachiamo sul fatto che Riccardo Fogli abbia fatto parte dei Pooh solo per sette anni su cinquanta di storia, ma ammiriamo Paul Mc Cartney e compagni che hanno tenuto in vita i Beatles per dieci anni.

Il Natale non è Natale senza George Michael, mentre tutto il mondo ci invidia Mario Biondi, che noi mandiamo a Sanremo per farlo arrivare penultimo in classifica. Abbiamo fior di chitarristi come Franco Mussida, Alex Britti, Dodi Battaglia, Pino Daniele, ma la chitarra per eccellenza resta quella di Eric Clapton, in alternativa Sting.

Siamo l’Italia di Puccini, Verdi, Rossini, Donizetti, Morricone, nonché quella delle grandi melodie del Novecento, ma esaltarli non ha lo stesso gusto di quando si inneggiano a cantautori come Phil Collins, Noel Gallagher, Peter Gabriel. E se in Inghilterra sanno trattare come un baronetto una star internazionale quale Elton John, da noi molti sorridono di fronte al successo all’estero di Cutugno e Ricchi e Poveri.

Siamo da sempre così, come quando per fare una canzone negli anni Sessanta/Settanta creavamo cover di brani già noti in inglese. Qualche successo importante arrivó, ma si sfioró in certi casi una certa ridicolezza. Come quando, visti i successi dei Backstreet Boys e delle Spice Girls, abbiamo tentato inutilmente di inventarci risposte nostrane quali i Ragazzi Italiani e le Lollipop.

In Inghilterra hanno la cultura del teatro come qualcosa di indispensabile per fare spettacolo, in Italia abbiamo fior di compagnie snobbate da noi stessi perché prima arrivano i reality (guai a chiamarli con un’accezione nella nostra lingua), poi arriva il palcoscenico.

Abbiamo da sempre i numeri uno nel campo dell’arte e della cultura, che avranno pur fornito qualcosa agli stranieri, ma lasciamo che gli inglesi prendano spunto da noi per poi guardare a loro come un modello da imitare. E così diventiamo brutta copia della copia. Mentre i talenti veri non li sfruttiamo.

Italia-Inghilterra è la sfida della Repubblica contro la Corona. Quella Corona che non abbiamo voluto, ma cui guardiamo sempre con un fascino come se tutto ciò che è inglese debba essere rispettato più di quello che è italiano. Non si sono inventati niente questi inglesi, nemmeno il calcio che forse appartiene sempre a noi e alla nostra Firenze.

Ah, per dirla tutta, persino la bandiera inglese è una copia della Croce di San Giorgio adottata per prima a Genova.

Italia-Inghilterra stasera sarà una partita di calcio, che finirà come dovrà finire. Sul piano artistico culturale l’abbiamo vinta da tempo e sul passato siamo imbattibili; su quello dell’autostima l’abbiamo inesorabilmente persa. Ma c’è ancora tempo per recuperare.

Massimiliano Beneggi

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