Abramo, scelto da Dio come patriarca di tutti i popoli della Terra, è senz’altro alla base della religione cristiana, di cui è simbolo per le tante prove a cui viene chiamato. Si pensi alla fiducia e alla protezione messe in campo nei confronti di Sara; il coraggio con cui in pieno conflitto si rivolge al re di Sodoma senza pretendere nulla ma col solo obiettivo di liberare il nipote fatto prigioniero; l’intercessione per i giusti destinati a morire insieme ai criminali, nella volontà di Dio di distruggere Gomorra.

Anche la filosofia, attraverso Tremore e timore di Soren Kierkegaard, sottolinea la grande fede di Abramo, che accetta il sacrificio del figlio Isacco ordinato da Dio (e poi fermato da un angelo) per mettere alla prova la sua ubbidienza cristiana. Il filosofo danese considera Abramo il più grande di tutti, un eroe della fede che con il suo gesto mostra come la religione sia il fondamento della morale più che il contrario, in quanto per un credente supera anche ogni altro tipo di etica. Senza colpo ferire, scevro da alcuna riserva in Dio, Abramo accetta quanto gli viene comandato, sicuro che ogni parola del Signore abbia una valida ragione che supera qualunque altra possibile decisione.

Figura da sempre difficile da comprendere completamente nelle sue scelte, per alcuni persino controverse, Abramo è stato raccontato e discusso in più campi. Ora anche a teatro. È infatti in tournée Figli di Abramo, lo spettacolo interpretato e adattato da Stefano Sabelli, tratto da Abrahams Barn, uno dei maggiori successi in Norvegia (150 mila spettatori) a firma Svein Tindberg. Il sottotitolo – Un patriarca, due figli, tre fedi e un attore – descrive già il senso principale del monologo: protagonista del racconto è un profeta comune a Cristianesimo, Ebraismo e Islam, capace con diverse declinazioni di essere riferimento di fede per miliardi di persone sulla Terra.

Figli di Abramo si presenta a tutti gli effetti come il diario di viaggio di un attore che, a Gerusalemme, incontra una guida palestinese (curiosamente fan dei film Trinità) pronta a fargli scoprire di un personaggio di cui troppo spesso ci si dimentica la centralità storica e sociale. Con una certa ironia, ma senza irriverenza, Stefano Sabelli propone una narrazione che diventa al tempo stesso colta e divertente. Indaga l’origine delle tre grandi fedi monoteiste, che trovano in comune la discendenza abramitica. Fa scoprire una volta di più l’importanza del dialogo tra le diverse religioni, il rispetto dovuto a una fratellanza che il Cristianesimo non smette di sottolineare.

“Sembra incredibile, a volte non ci pensiamo: eppure Ismaele e Isacco erano due fratelli”, commenta Sabelli, che racconta perché ha voluto approfondire la figura di Abramo. “Guardo da sempre a lui con ammirazione per il suo rigore: è il primo credente di una fede monoteista in tutta la storia dell’umanità. Per la sua convinzione rischia la vita andando contro tutti: distrugge le statue di idoli, comprese quelle costruite da suo padre, subendo la cacciata da Ur, mette la sua vita in mano alla comunità. Abramo è di fatto il primo profugo della storia, che parte da Ur dei Caldei, attraversa la Mesopotamia e l’Anatolia e raggiunge quindi l’Eden”.

Uno spettacolo dunque che diventa al tempo stesso intrattenimento e documentario, valido per uomini di fede ma anche per chi si dichiara più agnostico. Abramo, patriarca comune delle 12 tribù d’Israele – da cui nascono e si diffondono, prima il Giudaismo e poi il Cristianesimo – e delle 12 tribù arabiche – da cui nasce e si diffonde l’Islam, diventa quindi un collante fondamentale per l’unione tra i popoli.

A convincere Sabelli della necessità di portare in scena questo spettacolo, è stato un suo personale viaggio a Gerusalemme, vent’anni fa. “Vedendo lo spettacolo di Tindberg notai che gran parte della sua esperienza coincideva con quella che vissi io in Palestina. Ho quindi riadattato il testo al mio viaggio e l’ho ricostruito come un Mistero Buffo, dove interpreto Abramo, le guide palestinesi e diversi personaggi, interrogandomi sul motivo per cui sia raccontata così tanta distanza tra le varie religioni”, commenta Sabelli. “Partendo dai versi di Giovanni (“Il Verbo in principio era presso Dio e il Verbo era Dio”, ndr), collego le tre grandi fede monoteiste, fondandomi su quella che per me è una certezza solida: Dio non può essere vendicativo in nessun modo”.

Con un rap che coinvolge tutti i dialetti italiani, Sabelli oltre a mettere in gioco un grande talento artistico racconta a modo suo anche la costruzione della Torre di Babele, sottolineandone la bontà del progetto, nato per mettere in sicurezza i reggenti da un eventuale Diluvio Universale.

Insomma, un progetto teatrale decisamente originale, che ha già riscosso ampio successo al Litta di Milano e allo Spazio Diamante di Roma, con tante date previste in tutta la penisola fino a fine 2025. Lo spettacolo ha anche due dediche speciali: a Padre Michele Piccirillo, già presidente dell’Istituto Biblicum di Gerusalemme e a Roberto, fratello di Stefano, nonché braccio destro di Padre Michele e impegnato per tantissimi anni, prima di morire, nella messa in sicurezza sismica del Santo Sepolcro.

“Il viaggio a cui faccio riferimento fu proprio quello in cui andai a trovare Roberto”, racconta Stefano Sabelli. “Ci accolse Padre Michele, che con la sua semplicità nei gesti prima ancora che nelle parole ci insegnò l’importanza dell’umiltà. Viveva in una stanza di 15 metri quadrati, con pareti molto alte, completamente coperte da libri. Mi portò in terrazza, che dava sulla Via Dolorosa, e da lì vidi per la prima volta Gerusalemme nel suo panorama straordinario: una città meravigliosa unita da tante culture, che l’hanno resa ciò che è oggi, con un’energia particolare, impossibile da trovare altrove. Sentivo che questo spettacolo diventava un omaggio anche a quel viaggio, era indispensabile, perché emozioni come quella non ne ho mai più vissute. Un pellegrinaggio in Terra Santa ti cambia la vita, ti fa sentire al centro del mondo senza immaginarlo: in qualche modo ti senti più vicino a qualcosa di estremamente più grande di te”. E aggiunge: “Qui al contrario della versione originale si apre e si chiude con i versi del Discorso della Montagna, uno dei più importanti punti di riferimento etici”. Così, se il prologo comincia con “Beati gli afflitti perché saranno consolati”, il finale è “Beati gli operatori di pace, che saranno chiamati figli di Dio, FIGLI DI ABRAMO”.

Massimiliano Beneggi

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